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La verità negata


Oggi, miei cari lettori, parleremo di un argomento che definirei interessante  perché  dà un’idea  esatta  di quanto la fede calcistica per la propria squadra del cuore,  possa portare a negare delle evidenze di fatto. Affronteremo il tema del doping che, sia da  quanto dicono i dirigenti che ovviamente i sostenitori dell’ Inter, non ha mai, e dico mai, incrociato la strada della nostra benemerita. Prima di affrontare l’argomento, dobbiamo specificare che nel nostro caso, così come abbiamo già  fatto con i precedenti articoli,  io vi racconterò soltanto dei  fatti,  toccherà a voi  lettori farvi  delle opinioni in merito.   Terminata la doverosa premessa, cominciamo parlando dei primi casi di doping nello spogliatoio nerazzurro. I primi  di cui parleremo, non  risalgono  ai nostri giorni, bensì  agli anni ’60 e riguardano l’Inter del periodo d’oro, quella di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, che ha vinto le uniche due Coppe dei Campioni della storia nerazzurra e che ancora  oggi  viene ricordata come “la Grande Inter”. Tutto quello  che voi leggerete  adesso è ricavato dall’ intervista al settimanale “L’Espresso”  rilasciata subito dopo  l’uscita di un libro “Il terzo incomodo”  in cui l’autore ci  racconta cosa avvenisse nello spogliatoio nerazzurro, questo signore, che di quella squadra ha fatto parte, si chiama Ferruccio Mazzola. Bisogna specificare in proposito, che nel libro lui parla anche di altre squadre in cui ha militato,  e  riferisce che anche in queste venivano somministrate      sostanze per migliorare la prestazione atletica, ma nel nostro caso focalizzeremo l’attenzione soltanto su quella di cui ci stiamo occupando. A questo punto non ci resta altro che leggere l’ intervista di Ferruccio Mazzola.ferruccio mazzola

[…]A che cosa si riferisce, Mazzola?

«Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno “il caffè” di Herrera divenne una prassi all’Inter».

Cosa c’era in quelle pasticche?

«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro…».

Suo fratello?

«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi…».

A chi si riferisce?

«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni ’90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n’è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all’Inter tra il ’55 e il ’64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell’Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione…».

A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel’ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia (“Il terzo incomodo”, scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».

Perché?

«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell’Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».

Ma lei di Facchetti non era amico?

«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un’immagine diversa dell’Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all’Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere…». […]

 Vi starete chiedendo come mai ci sia una risposta su Giacinto Facchetti evidenziata in rosso e perché. Vi rispondo subito dicendo che sono stato io a sottolinearla per un motivo che mi pare importante: Giacinto Facchetti, anche e sopratutto dopo la sua morte, è diventato una bandiera dell’Inter, e tutti i suoi tifosi lo ricordano per la sua specchiata onestà, cosa di cui noi non possiamo dubitare non avendolo conosciuto, ma , così come abbiamo avuto modo di mostrare nei post precedenti raccontando di Moratti e Tronchetti Provera, non è detto che quello che sembra poi realmente si dimostri come verità, perciò questa risposta  ci fa notare che qualcun’altro che ha delle opinioni diverse in proposito, vissute direttamente e sulla propria pelle, signorilmente, dopo essere stato denunciato da Facchetti, evidentemente per rispetto alla sua morte successivamente sopravvenuta, preferisce non parlarne. E’ importante anche far notare la risposta alla domanda successiva perché ci dà la certezza che il libro non nasce come un’accusa all’Inter, magari per motivi a noi ignoti, ma vuole essere semplicemente un mezzo per raccontare una verità ancora presente nel calcio, e sulla quale tutti tacciono, tanto è vero che attualmente Ferruccio Mazzola è attivo nell’ Associazione Vittime del Doping, fondata dai familiari di Bruno Beatrice.  Ho voluto raccontarvi questo particolare e sottolinearne l’importanza, perché sono sicuro che  gli occhi dei tifosi, leggendo questo brano, non lo registreranno neanche, per loro Facchetti resterà sempre un Santo e Ferruccio Mazzola, invece, soltanto un bugiardo. Tutti queste circostanze (aver litigato con il fratello, aver rinunciato ad accusare Facchetti di cose sulle quali non avrebbe potuto rispondere) ci restituiscono l’ immagine di  un signor Ferruccio Mazzola, che per quanto mi riguarda luccica molto più di altri.

Per il momento ci fermiamo qui, ritorneremo sull’argomento conoscendo meglio i calciatori ormai scomparsi di quella squadra, e parleremo di alcuni casi di doping in periodi più recenti. Sono parito da lontano perché anche quella del doping è sempre stata un’accusa che i sostenitori dell’Inter hanno scagliato contro i tifosi avversari, ribadendo sempre l’estraneità della loro squadra. A quanto pare, come stiamo man mano dimostrando, il modo corretto per lanciare qualsiasi accusa, per i tifosi dell’ Inter, dovrebbe essere quello di farlo mettendosi davanti ad uno specchio.