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Il cartone colorato

16 dicembre 2009 2 commenti

Leggendo il titolo magari avrete pensato che in questo post avremmo parlato di questo fantastico materiale, il cartone, e in effetti avete proprio indovinato. In questo articolo effettivamente parleremo dell’uso che si può fare del cartone e in modo specifico di come si possa usare dopo averlo colorato di bianco rosso e verde, cioè appenderlo ad una maglietta con delle strisce nerazzurre. Come abbiamo anticipato in precedenza, siamo arrivati ad affrontare adesso il momento più ridicolo nella storia del calcio italiano recente. Dico recente perché ho avuto modo, con mia incredibile sorpresa, andando alla ricerca di fonti su internet, di scoprire un episodio simile risalente nientemeno che al 1910, lascio a voi dopo la lettura di farvi delle opinioni in merito. Qualcuno potrà pensare malignamente e stupidamente che il sito a cui faccio riferimento è un sito di sostenitori Juventini, a questi signori risponderò semplicemente con una domanda retorica: dove volevate che la trovassi una notizia simile, su un sito nerazzurro?  Andiamo avanti parlando di come, con l’assegnazione a tavolino di uno scudetto alla squadra nerazzurra, la FIGC presieduta da quel signor Rossi e da una commissione formata da tre saggi, Gerard Aigner, Massimo Coccia, Roberto Pardolesi,   quel simpatico triangolino colorato finirà cucito sulle magliette della “Grande Inter” di Massimo Moratti. “Provo piena soddisfazione per l’assegnazione del titolo alla società e alla squadra che si è comportata correttamente”. Come avrete ben capito queste sono le dichiarazioni rilasciate da Moratti successive all’assegazione dello scudetto di “cartone”, lasciatemi sorridere per quel: “società e squadra che si è comportata correttamente” che descrive esattamente il personaggio Moratti, un uomo che di colpo dimentica dell’ essersi dichiarato colpevole (l’Inter) nel caso Recoba, dimentica di aver taroccato i bilanci con le famose plusvalenze, e sopratutto dimentica come con una operazione di finanza qual’è la vendita fittizia del marchio Inter ad una società “terza” riesca a salvare con l’aiuto di Guido Rossi la squadra dal rischio di non iscrizione al campionato. A questo proposito il passaggio descritto è spiegato corettamente qui .  All’interno dell’articolo c’è un interessante passaggio che descrive come il caro Massimo riesca con un’operazione finanziaria “fittizia”, attraverso un gioco di scatole cinesi,  ad utilizzare le perdite della società Inter per pagare meno tasse, furbescamente unisce l’utile al dilettevole. “È lo scudetto della correttezza e del rispetto delle regole – commenta il presidente Giacinto Facchetti – È stato ottenuto da una squadra che ha dimostrato di avere forza tecnica e spirito importanti. Ora il calcio italiano ha bisogno di mettere al centro la questione etica”. Ci tenevo ad inserire anche le dichiarazioni di Facchetti, perché descrivono con poche parole l’essenza dell’essere interista: “gli unici onesti siamo noi, il resto è tutto un imbroglio”. Ogni ulteriore commento è assolutamente superfluo. 
Va ricordato a questo punto che un requisito fondamentale per l’assegnazione di uno scudetto sia la condotta assolutamente trasparente della società a cui verrà assegnato […] Gli organi federali possono intervenire con un apposito provvedimento di non assegnazione quando ricorrono motivi di ragionevolezza e di etica sportiva, ad esempio quando ci si renda conto […] che anche squadre non sanzionate hanno tenuto comportamenti poco limpidi. Voi, alla luce di quello che abbiamo appena visto, pensate che si fosse potuto assegnare lo scudetto all’Inter? Certamente no, a meno che a decidere non fosse un certo Guido Rossi, famoso e dichiarato interista, presidente pro tempore della FIGC e subito dopo nominato Presidente di Telecom successivamente alle dimissioni di Tronchetti Provera. Penso che sia importante sottolineare che la decisione dell’assegnazione dello scudetto sia da addebitare al presidente Guido Rossi, dopo che la commissione dei tre saggi (nominata da lui) in base all’articolo 49 delle norme federali che prevede automaticamente l’assegnazione del titolo, in caso di sanzioni che prevedano modificazioni di classifica, alla squadra che risulta prima in classifica dopo le penalizzazioni o eventuali retrocessioni, fatto salvo quello che abbiamo scritto due righe fa, sempre che la squadra a cui verrà assegnato abbia mantenuto una condotta limpida e corretta, alla luce di quanto vi abbiamo esposto in precedenza quel galantuomo di Guido Rossi avrebbe dovuto non assegnarlo all’Inter, invece nonostante ciò, lo ha fatto. Pensate con me che quello che lui aborriva qui, cioè a quel famoso conflitto di interesse, in questo caso ci sia passato sopra infischiandosene comodamente, essendo come abbiamo già accennato tifoso interista dichiarato, amico di Moratti e subito dopo nominato dall’altro amico Tronchetti Provera presidente Telecom. A questo punto chiudo senza ulteriori commenti, ma soltanto con le frasi di un certo Jose Mourinho, a proposito degli scudetti nerazzurri, rivolte alla squadra negli spogliatoi di Bergamo del 18/01/2009, nell’intervallo dopo il risultato di 3-0 per i bergamaschi: «Il primo ve l’hanno dato in segreteria, il secondo lo avete vinto perché non c’era nessuno, il terzo all’ultimo minuto. Siete una squadra di m…». Non mi resta nient’altro da aggiungere se non che la vera Inter effettivamente è descritta qui

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Al di sopra di ogni sospetto


Provate a chiedere ad un tifoso dell’Inter se conosce  Armando Picchi, vi risponderà con orgoglio dicendovi che è stato un grande campione della squadra nerazzurra. Ma se vi venisse in mente di chiedergli come è morto, nel 90% dei casi vi risponderebbe di non saperlo. Purtroppo come capita con il tempo che passa sfocando i ricordi e cedendo al presente, anche in questo caso ci si ricorda dei campioni nel momento della gloria, mentre il resto sparisce cancellato dall’indifferenza. In questo caso noi ricorderemo soltanto che dopo una vita nel calcio è morto di un tumore alla    colonna vertebrale a neanche 36 anni. Sarà il primo di una lunga serie di morti, meno famosi , che con lui hanno militato nella grande Inter di Herrera, noi vorremmo ricordare anche loro elencandone i nomi, l’età e la causa della morte: 

Marcello Giusti, morto a 54 anni per un tumore al cervello

Fernando Miniussi, morto a 62 anni per cirrosi evoluta da epatite                  

Giuseppe Longoni, morto a 63 anni per ictus da vasculopatia cronica

Carlo Tagnin, morto a 68 anni per un tumore alle ossa

Giacinto Facchetti, morto a 64 anni per un tumore al pancreas

Carlo Tagnin, morto a 68 anni per un tumore alle ossa

                                                                                                                                                                                                                             Come avrete avuto modo di notare, a parte Picchi morto a 36 anni, gli altri sono morti intorno ai 60, e ci può stare che uno a questa età si ammali di tumore, ma il fatto che abbiano avuto una militanza in comune in quella squadra, e alla luce delle dichiarazioni di Ferruccio Mazzola, è lecito avere qualche dubbio.

Adesso invece parleremo di casi di doping successi più recentemente, e che non tutti hanno avuto il giusto risalto nel mondo dell’ informazione. Cominciamo con il caso di Mohammed Kallon trovato positivo al Norandrosterone e noretiocolanolone, queste le sostanze riscontrate nelle urine del giovinotto. Bisogna aprire una parentesi in questo caso ricordando che successe un fatto strano in precedenza e cioè che in merito ad un’inchiesta aperta dalla procura antidoping per fare luce sul caso di alcune provette antidoping sigillate in modo non corretto o non analizzate correttamente, il sito ufficiale dell’Inter  pubblicò una notizia con questo chiaro titolo: Molti club di A e B sono coinvolti, solo l`Inter è al sicuro. Nell’articolo poi una convinzione: ”Si fanno i nomi di molte società di A e B, ma un solo club è al di sopra di ogni sospetto: l`Inter”. Non sorridete per favore perché la nostra è un’inchiesta seria, quindi ridatevi un contegno e proseguite la lettura senza sghignazzare ulteriormente. Di seguito riportiamo le dichiarazioni della società attraverso questo comunicato: “Il giocatore, come gli altri componenti della rosa – afferma l’Inter in una sua nota – viene sottoposto con periodicità a controlli effettuati sotto la direzione del professor Franco Lodi, ordinario di tossicologia forense e direttore dell’Istituto di medicina legale dell’università di Milano. Tutti gli esami eseguiti sono sempre risultati negativi. Sappiamo tutti com’è andata a finire, la procura antidoping del CONI si pronuncia così: “[…] La commissione disciplinare delibera di infliggere al sig. Mohamed Kallon la sanzione della squalifica per mesi otto a decorrere dal 23 ottobre 2003″. Alla luce delle dichiarazioni rilasciate dalla società capisco perché stiate ancora sorridendo, adesso però smettetela perché dobbiamo andare avanti.

 Parliamo invece adesso di alcune dichiarazioni rilasciate da Grigoris Georgatos, difensore greco che ha militato nell’Inter nella stagione 1999/2000 e nel 2001/2002, intervistato in Grecia ed in cui dichiara: “Ho visto giocatori prendere pillole e fare iniezioni – ha detto al quotidiano Ethno Sport – ma l’Inter non centrava nulla, c’erano gruppi di persone che fornivano i giocatori.  In Italia c’era chi prendeva pillole e si faceva iniezioni“, ha detto il greco, chiaro riferimento al possibile uso di doping o sostanze proibite per migliorare le prestazioni in campo.
Io non ho mai fatto uso di anabolizzanti nella mia carriera – prosegue Georgatos – ma ho visto alcune cose ed ho capito cosa stava accadendo“. Il greco ha voluto più volte scagionare l’Inter: “Non c’entrava nulla. C’erano gruppi di persone che rifornivano i giocatori“. Nell’ intervista non pronuncia nessun nome, ma da un ritratto degli accusati: “Chi gioca per tanti anni ad alti livelli non ha bisogno di ricorrere agli anabolizzanti… chi gioca pochi anni e poi sparisce, invece…“. I compagni avuti da Georgatos nella doppia avventura nerazzurra sono stati molti, alcuni dei quali ancora nella rosa della squadra di Mancini nel momento in cui rilascia l’intervista cioè nel 2006. Da quelle accuse non uscì fuori nulla, ma lasciateci liberi di pensare che non abbiamo nessun motivo valido per dubitare della loro veridicità, anche in considerazione del fatto che subito dopo che il presidente dell’Inter di allora Giacinto Facchetti si affrettò a smentirle con questa dichiarazione: “Dalle presunte e per vero anche confuse dichiarazioni di Georgatos, l’unica cosa chiara che emerge è la totale estraneità dell’Inter a questa vicenda. E’ lui stesso a ribadirlo nell’unico passaggio circostanziato di quanto ci viene riportato dalla Grecia. Georgatos dovrà assumersi la responsabilità di quanto abbiamo letto, anche perchè tutti sanno, lui fra questi, che all’Inter il doping non era, non è e non sarà mai tollerato“, il terzino greco non le ha mai ritrattate, ed anche questo è un fatto.

La verità negata


Oggi, miei cari lettori, parleremo di un argomento che definirei interessante  perché  dà un’idea  esatta  di quanto la fede calcistica per la propria squadra del cuore,  possa portare a negare delle evidenze di fatto. Affronteremo il tema del doping che, sia da  quanto dicono i dirigenti che ovviamente i sostenitori dell’ Inter, non ha mai, e dico mai, incrociato la strada della nostra benemerita. Prima di affrontare l’argomento, dobbiamo specificare che nel nostro caso, così come abbiamo già  fatto con i precedenti articoli,  io vi racconterò soltanto dei  fatti,  toccherà a voi  lettori farvi  delle opinioni in merito.   Terminata la doverosa premessa, cominciamo parlando dei primi casi di doping nello spogliatoio nerazzurro. I primi  di cui parleremo, non  risalgono  ai nostri giorni, bensì  agli anni ’60 e riguardano l’Inter del periodo d’oro, quella di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, che ha vinto le uniche due Coppe dei Campioni della storia nerazzurra e che ancora  oggi  viene ricordata come “la Grande Inter”. Tutto quello  che voi leggerete  adesso è ricavato dall’ intervista al settimanale “L’Espresso”  rilasciata subito dopo  l’uscita di un libro “Il terzo incomodo”  in cui l’autore ci  racconta cosa avvenisse nello spogliatoio nerazzurro, questo signore, che di quella squadra ha fatto parte, si chiama Ferruccio Mazzola. Bisogna specificare in proposito, che nel libro lui parla anche di altre squadre in cui ha militato,  e  riferisce che anche in queste venivano somministrate      sostanze per migliorare la prestazione atletica, ma nel nostro caso focalizzeremo l’attenzione soltanto su quella di cui ci stiamo occupando. A questo punto non ci resta altro che leggere l’ intervista di Ferruccio Mazzola.ferruccio mazzola

[…]A che cosa si riferisce, Mazzola?

«Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno “il caffè” di Herrera divenne una prassi all’Inter».

Cosa c’era in quelle pasticche?

«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro…».

Suo fratello?

«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi…».

A chi si riferisce?

«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni ’90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n’è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all’Inter tra il ’55 e il ’64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell’Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione…».

A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel’ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia (“Il terzo incomodo”, scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma».

Perché?

«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell’Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».

Ma lei di Facchetti non era amico?

«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un’immagine diversa dell’Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all’Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere…». […]

 Vi starete chiedendo come mai ci sia una risposta su Giacinto Facchetti evidenziata in rosso e perché. Vi rispondo subito dicendo che sono stato io a sottolinearla per un motivo che mi pare importante: Giacinto Facchetti, anche e sopratutto dopo la sua morte, è diventato una bandiera dell’Inter, e tutti i suoi tifosi lo ricordano per la sua specchiata onestà, cosa di cui noi non possiamo dubitare non avendolo conosciuto, ma , così come abbiamo avuto modo di mostrare nei post precedenti raccontando di Moratti e Tronchetti Provera, non è detto che quello che sembra poi realmente si dimostri come verità, perciò questa risposta  ci fa notare che qualcun’altro che ha delle opinioni diverse in proposito, vissute direttamente e sulla propria pelle, signorilmente, dopo essere stato denunciato da Facchetti, evidentemente per rispetto alla sua morte successivamente sopravvenuta, preferisce non parlarne. E’ importante anche far notare la risposta alla domanda successiva perché ci dà la certezza che il libro non nasce come un’accusa all’Inter, magari per motivi a noi ignoti, ma vuole essere semplicemente un mezzo per raccontare una verità ancora presente nel calcio, e sulla quale tutti tacciono, tanto è vero che attualmente Ferruccio Mazzola è attivo nell’ Associazione Vittime del Doping, fondata dai familiari di Bruno Beatrice.  Ho voluto raccontarvi questo particolare e sottolinearne l’importanza, perché sono sicuro che  gli occhi dei tifosi, leggendo questo brano, non lo registreranno neanche, per loro Facchetti resterà sempre un Santo e Ferruccio Mazzola, invece, soltanto un bugiardo. Tutti queste circostanze (aver litigato con il fratello, aver rinunciato ad accusare Facchetti di cose sulle quali non avrebbe potuto rispondere) ci restituiscono l’ immagine di  un signor Ferruccio Mazzola, che per quanto mi riguarda luccica molto più di altri.

Per il momento ci fermiamo qui, ritorneremo sull’argomento conoscendo meglio i calciatori ormai scomparsi di quella squadra, e parleremo di alcuni casi di doping in periodi più recenti. Sono parito da lontano perché anche quella del doping è sempre stata un’accusa che i sostenitori dell’Inter hanno scagliato contro i tifosi avversari, ribadendo sempre l’estraneità della loro squadra. A quanto pare, come stiamo man mano dimostrando, il modo corretto per lanciare qualsiasi accusa, per i tifosi dell’ Inter, dovrebbe essere quello di farlo mettendosi davanti ad uno specchio.