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Stessa faccia stessa razza

16 marzo 2010 2 commenti

Qualche giorno fa ascoltando la radio in macchina  in  non  so  quale  programma i conduttori avevano invitato la Bonino alla quale hanno fatto diverse domande, non ho un ricordo preciso, ma l’impressione è che la trasmissione avesse un che di ironico e come succede in questi casi tutti gli ospiti loro malgrado finiscono col subire domande o allusioni talmente ironiche che la trasmissione alla lunga tende a diventare vero e proprio cabaret. Comunque, ospite di questo programma era anche una donna romana disabile, non me ne voglia ma non mi ricordo il nome né tantomeno chi fosse, rappresentante di non so cosa, alla quale, e non si capisce perché, sono toccate le solite domande su quanta difficoltà avesse avuto per arrivare negli studi della Rai perché costretta su una carrozzina, e, come se noi non lo sapessimo visto che dell’inciviltà del nostro paese sappiamo ormai tutto,  le  solite  risposte  sulla maleducazione generale di tutti i cittadini con l’ostruzione dei marciapiedi e l’assoluta mancanza di protezione degli stessi da parte dei comuni. Esaurite le domande di rito ed essendo nel pieno delle polemiche per la mancata accettazione della lista del PDL, il discorso è caduto sulla legge ad listam e sul successivo intervento del presidente Napolitano con l’apposizione della firma. A questo punto  la signora,  su  sollecitazione  dei conduttori,  esprime  il suo  punto   di   vista  su   questo pastrocchio schierandosi apertamente contro la legge apposita, ma soprattutto dicendo che da quando Napolitano aveva firmato la legge, aveva smesso di essere il suo presidente.

Raccontava tutto ciò con evidente rabbia, si sentiva nella espressione della sua voce un evidente fastidio di delusione nei confronti  di  Napolitano, che evidentemente essendo lei di sinistra ne aveva accettato con gioia la nomina a presidente della repubblica, al contrario di me che avevo accettato con disgusto l’elezione dell’ennesima mummia per di più borghese comunista, probabilmente perché nell’immaginario di molti  così come nel suo, Napolitano incarnava con la sua storia la figura standard di comunista d’altri tempi, quindi uomo rispettabile e tutto d’un pezzo non incline certamente agli stessi giochi dei politicanti professionisti per tornaconto  personale. Per una di sinistra, costretta a convivere con un presidente del consiglio come il nostro, anche una piccola soddisfazione del genere poteva avere il suo peso; probabilmente le regalava la minuscola consolazione di sapere che anche lei e quello in cui credeva potesse essere in qualche modo rappresentato ed eventualmente difeso nelle istituzioni italiane, istituzioni che con questo sistema elettorale vengono ormai militarizzate dai vincitori. Devo dire che al di là della mia valutazione sul comportamento di Napolitano che ho già avuto modo di esprimere qui, le dichiarazioni della signora oltre ad avermi alquanto infastidito per il modo, mi hanno lasciato abbastanza perplesso perché dimostravano una evidente condanna più per la delusione avuta che non per l’opportunità  del gesto.

Ora,  non  credo  che  si  possa  mai  e   in  nessun  modo  condannare  qualcuno  senza  essere stati   perfettamente    a    conoscenza   dello  svolgimento   dei   fatti,  ma semplicemente per essere  stati  causa  di  delusione,  magari  per  aver  compiuto un gesto obbligatorio anche se inopportuno, insomma condannato per tradimento, tradimento  per  la   mancata   difesa di quell’  ideale   vivo  soltando  nella  testa  di  chi materializza in quella figura l’ultima barriera di legalità. Questo modo di diventare tutt’uno con i rappresentanti della propria parte politica perdendo la capacità di giudizio nei loro confronti, lasciando che la sola  corrispondenza     di     supposti  ideali  possa essere garanzia per una loro corretta valutazione, ha sempre suscitato in me profonda avversione, fin dai tempi in cui fare politica era di moda ed ancora più di moda fosse far politica di sinistra, spingendomi spesso allo scontro frontale con molti militanti di formazioni politiche quali Lotta Continua, che credevano di essere gli unici autorizzati ad incarnare e possedere ideali di progressismo e di giustizia,  ma che con i loro effettivi comportamenti, visti dall’esterno, sembravano più appartenere ad una setta piuttosto che ad una élite di giusti.

Questo rifiuto di omologazione mi ha portato a sviluppare la mia maturità politica lontano dai condizionamenti di sezioni di partito e lontano anche da una scarsa tendenza al confronto interno di questi movimenti in cui non veniva tollerata in nessun modo la benché minima forma di dissenso; qualunque forma di dissenso era vista con intolleranza e diffidenza e finiva col venire etichettata come fascista, non era ammessa una discussione che mettesse in dubbio qualche punto fermo di quella ideologia che il tempo ha invece avuto modo di distruggere impietosamente.

Il lato ironico in tutto ciò è lo stupore che molti hanno avuto quando molto tempo dopo hanno scoperto di quanto il mio pensiero fosse più a sinistra del loro, lontano da qualsiasi rappresentazione fasulla di comunismo così come veniva propagandato nel mondo da quelle nazioni da loro prese ad esempio a garanzia e a conforto delle loro tesi;  rivelatesi poi col tempo lontane anni luce dal concetto stesso di comunismo. Insomma, l’appartenere ad un gruppo dava loro la forza necessaria per sostenere le proprie idee, dava la convinzione che se un’idea venisse espressa e sostenuta da un insieme di persone piuttosto che da un singolo diventasse giusta, bisognava credere in una idea comune anche quando quella idea dimostrava delle evidenti falle, negando evidenze come gli internamenti dei dissidenti in Cina ed in Russia, una fede insomma. Figurarsi quale effetto potesse scatenare in me il dovermi attenere a prescrizioni del genere nel professare un ideale politico senza poterlo contraddire dall’interno;  io, scarsamente attaccato ai valori della chiesa fin da piccolo perché fortemente scettico, anche se come molti frequentatore di chiesa e con una infanzia da chierichetto, ma protagonista di lunghissime discussioni nate dallo scetticismo sull’esistenza di Dio con il prete della mia parrocchia di cui conservo un ricordo dolcissimo per la sua estrema dedizione al suo mandato di rappresentante di Dio, mi sarei dovuto comportare da credente in una accolita di apparenti senza Dio, nella realtà invece più credenti di un prete.

Figurarsi che delusione avrebbe potuto provocare nella mente di questi bisognosi di figure probe la visione di cotanto video prima della nomina a presidente della repubblica, nessuno avrebbe voluto come rappresentante un uomo con un comportamento così fastidiosamente arrogante e così simile ai comportamenti di tutti i politici. Per me non è nient’altro se non la conferma che nessuno di questi signori mollerà mai la poltrona conquistata, coscienti di vivere in un mondo pieno di privilegi da loro stessi assegnatosi, quasi che questi privilegi fossero a loro dovuti, e coscienti anche delle angherie inflitte ai loro ignari sudditi, cioè noi, quindi due volte colpevoli.  Questo porta soltanto ad una considerazione, cioè di quanto sia importante l’informazione priva di filtri a garanzia di tutti i cittadini, di come la pratica di oscuramento esista da sempre e di come la mancata conoscenza dei fatti condizioni i nostri giudizi nei confronti di questi parassiti che sosteniamo col nostro voto.

Se un domani, invece di litigare per stupide contrapposizioni politiche, riusciremo a capire che questi signori sono nient’altro che nostri dipendenti, allora, forse, riusciremo tutti insieme a prenderli a calci nel culo, per rispedirli lontano dai nostri soldi.

La firma di Ponzio

7 marzo 2010 1 commento

A qualche giorno di distanza dal pasticcio per l’esclusione della lista della Polverini e del successivo intervento di Napolitano a giustificazione della sua firma sul decreto interpretativo partorito dal governo, credo che sia giusto fare delle riflessioni in merito.

Anzitutto credo che sia necessario specificare che il ritardo nella presentazione della lista sia da addebitare a dissidi interni alla coalizione e non alla scusa sempliciotta della pausa panino tirata in ballo nell’immediatezza del fatto. Questo lo si capisce da numerose evidenze messe a fuoco con calma nei giorni successivi, e lo si capisce dai comportamenti di quella parte di politici del PDL che essendo a conoscenza dei fatti ha agito con compattezza per recuperare la lista senza badare al resto. Insomma punizioni per nessuno, nessun colpevole per capro espiatorio, soltanto azioni di forza per evitare che delle lotte di potere interne alla maggioranza potessero mettere in dubbio la partecipazione della lista del PDL a Roma mettendo a rischio la possibilità di vittoria nelle regionali.

Da questa ricomposizione di un controllo dall’alto è venuto fuori lo scandaloso decreto inventato per indirizzare i giudici in un’unica e possibile direzione: riammettere le liste escluse dalla competizione elettorale.

E’ a questo punto che diventa determinante, per poter chiudere il cerchio, l’intervento di Napolitano con l’apposizione della firma in calce a questo decreto. In un evidente clima di ribellione nel paese con manifestazioni e proteste, con la maggioranza compatta a far muro nello spostare l’attenzione dalla causa di questo pasticcio, ci si sarebbe aspettati dal capo dello stato un altro commento a giustificazione della propria firma, almeno per salvare la faccia, al di là della reale incostituzionalità del decreto stesso quanto piuttosto sulla sua opportunità. Proprio per quello che rappresenta un Presidente della Repubblica e per la necessaria garanzia per il rispetto delle regole è assolutamente ingiustificabile che Napolitano abbia deciso di firmare perché:  “L’esclusione del Pdl non era sostenibile – dice il Presidente – Norme e diritti dei cittadini sono ugualmente preziosi”; quindi questo significa che le norme valgono soltanto quando conviene e sicuramente non valgono per chi ha la possibilità di modificarle nel caso in cui  dovesse infrangerle, per incapacità o peggio per sporchi giochi di potere, togliendo la possibilità di votare ai propri elettori per errori a loro addebitabili? Che giustificazione può mai essere questa? Questo comportamento ovviamente non può giustificare nessun attacco al Presidente della Repubblica, ma ci dà certamente un’idea del clima dell’incontro tra Napolitano e Berlusconi, certamente non tranquillo e probabilmente mirato ad un indirizzo comune dominato dalla possibile paura di eventuali comportamenti sovversivi che si sarebbero potuti scatenare (o che qualcuno avrebbe potuto scatenare) con l’eclusione delle liste del PDL dalla competizione elettorale.

Tutte queste possibilità non riescono comunque ad eliminare la sensazione che, con l’approvazione di questo decreto, si sia compiuta un’azione di forza in barba alla giustizia ed al diritto. In fondo però, a pensarci bene, siamo in Italia, paese in cui la parità dei diritti è sempre esistita su piani diversi per cittadini diversi e in cui, man mano che la storia scrive il suo corso, sembra allontanarsi dalle convizioni di noi cittadini quella sensazione di parità sulla quale abbiamo costruito i nostri principi e che ci è stata sventolata sempre sotto al naso, quella parità di diritti alla quale tutti quanti noi abbiamo sempre creduto finché siamo rimasti bimbi, ma che ci ha progressivamente abbandonato man mano che la realtà è diventata evidente ai nostri occhi di adulti.